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    Come è nato il knee slider, da Kenny Roberts a Kevin Schwantz

    Di DemoneRosso | 28 gennaio 2021 | 1 min

    Contenuti dell'articolo

    La saponetta oggi è elemento integrante di ogni tuta. È puro sinonimo di pista e di piega
    A fine anni 70 il “marziano” Kenny Roberts crea uno stile di guida nuovo, piega la moto come nessuno prima
    Le prime strisciate sull’asfalto portano a soluzioni artigianali: visiere attaccate alla tuta con nastro adesivo
    L'istrice è il primo vero modello di saponetta che debutta sui circuiti del motomondiale nel 1981
    La ricerca della performance porta ad uno sviluppo nella forma e nei materiali
    La sperimentazione continua durante tutti gli anni 90, e porta allo slider da corsa attuale

     

    Il knee slider, comunemente chiamato saponetta, è un componente essenziale della tuta in pelle. Per l’amatore che scende in pista per la prima volta, uno slider graffiato è la cartina al tornasole di un’ottima giornata. Per l’esperto è uno dei tanti elementi, dati forse per scontato, che contribuiscono alla performance. Sì, per scontato. Nulla è più scontato dell’immagine di un pilota in piega che striscia il ginocchio contro l’asfalto o il cordolo. Ma cinquant'anni fa, angoli come quelli odierni erano impensabili, e un ginocchio che sfiorava il suolo era una foto da copertina sul settimanale più amato.

    Nel 1978 un marziano arriva nel Motomondiale. Si chiama Kenny Roberts e ha passaporto californiano, porta con sé uno stile di guida tutto nuovo, destinato a rivoluzionare in breve tempo la progettazione delle tute da Gran Premio. Piega la moto più di ogni altro e sente l’esigenza di un terzo punto di contatto con la pista: è la prima volta che qualcuno mette sistematicamente il ginocchio a terra in curva. Fa subito tendenza, tutti capiscono che la strada è tracciata e iniziano ad imitare King Kenny e la sua moto gialla e nera.

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    Una nuova esigenza

    La pelle non basta più, non scivola e non può resistere all'abrasione causata dall'asfalto. Bisogna pensare a qualcosa di alternativo e la scelta ricade sulle visiere usate. Vengono sagomate a piacere e applicate alla tuta con il nastro adesivo, in modo da poter appoggiare e strisciare il ginocchio senza preoccupazione, concentrandosi sulla velocità di percorrenza. È un’idea dei piloti stessi, che nel bel mezzo dei fine settimana di gara decidono di sperimentare una soluzione artigianale, chiaro sintomo di una nascente necessità.

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    Ben presto i produttori di tute intervengono al servizio dei piloti, per metterli nelle condizioni di esprimersi al meglio e di saggiare il nuovo stile di guida. Si crea così il primo rudimentale knee slider, protagonista di evoluzione e perfezionamento durante il decennio successivo, fino a raggiungere la sua forma attuale. Arriva nel 1981, introdotto da Dainese: è detto istrice, o porcospino, per la sua caratteristica forma. È composto da una serie di cilindri in plastica che escono dalla base al piegarsi del ginocchio del pilota. Si dimostra tuttavia poco pratico, in quanto non è facilmente sostituibile quando si consuma. Sono rimasti pochissimi esemplari di tute ad integrare lo slider “istrice”, tra queste spicca quella del cinque volte iridato Toni Mang, conservata oggi nel Dainese Archivio a Vicenza.

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    La ricerca della performance

    Pochi anni più tardi arriva il secondo step di evoluzione, simile all’attuale nella forma ma diverso nella sostanza. È fatto di cuoio, è ovale e più solido del precedente, ma il suo difetto è quello di non scorrere adeguatamente sull’asfalto. Arriva però l’applicazione con il velcro, che permette una rapida sostituzione quando necessario.

    Il successivo, il terzo, mantiene la forma ovale del suo predecessore ma torna al materiale plastico. È il 1986 e non è ancora lo slider definitivo, ma già si avvicina allo stato dell’arte. Arriva ad inizio anni 90 l’attuale saponetta, vicina alla precedente, ma perfezionata nella composizione e nel profilo, smussato e non più spigoloso. Tra le prime tute ad integrare lo slider moderno ci sono quelle di Kevin Schwantz, pilota Dainese dal 1993 e campione della 500 nello stesso anno.

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    Sperimentazione continua

    Tra la fine degli anni 90 e i primi 2000 Dainese sperimenta ancora, proponendo uno slider bi mescola prima e uno con aggancio e sgancio rapido poi. Le ultime soluzioni vengono collaudate e portate in gara da piloti del calibro di Carl Fogarty, Troy Bayliss e Daijiro Kato, ma non si rivelano azzeccate in quanto tendono a “grippare” sull’asfalto, non scivolando nel modo desiderato. Si decide allora di tornare sul sentiero battuto, segno che non tutto ciò che è nuovo è vera innovazione. Nel frattempo, si lavora anche per diversificare gli slider in base alle esigenze dell’utilizzatore. La differenza più marcata è quella con lo slider da pioggia, di spessore maggiore per raggiungere il contatto con l’asfalto nonostante angoli di piega inferiori. Arrivano poi gli slider High Durability, realizzati in un materiale che dona maggiore longevità.

    Dal 1978, anno dell’arrivo del californiano Kenny Roberts, il disegno delle tute da pista è cambiato radicalmente. E la rivoluzione dell’abbigliamento da moto è scaturita proprio da qui, con la realizzazione di supporti specifici per strisciare le ginocchia sull’asfalto. Il concetto dello "scivolamento" come difesa del corpo umano è partito con lo slider ed è stato poi declinato in soluzioni diverse, come le placche in metallo sulle spalle e sulle ginocchia. Queste placche, proprio come la saponetta, scorrono sull’asfalto per evitare impuntamenti e l’innesco di pericolose rotazioni degli arti. Solo dopo il 2010 sono arrivati i primi slider sui gomiti, anche se in molti non sanno che già negli anni 90 alcuni piloti della classe 250 sfioravano pericolosamente a terra con gli avambracci

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