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    Il pilota spagnolo racconta i suoi inizi, la preparazione e i sacrifici per conquistare la MotoGP

    Di DemoneRosso | 09 febbraio 2021 | 1 min

    Dalle minimoto al motomondiale, Joan Mir ha seguito un percorso simile a quello di tanti altri piloti. Ma come pochi di loro ha da subito messo in campo una voglia di emergere fuori dal comune. Un talento innato affiancato dalla propensione al sacrificio e al duro lavoro, elementi essenziali per fare di un atleta un campione. 

     

    Qual è il tuo primo ricordo legato alle moto? 

    «Il mio primo ricordo risale sicuramente a quando avevo 4 o 5 anni. Mio padre mi regalò la mia prima mini moto, con quella non facevo altro che scorrazzare nel cortile davanti a casa.» 

     

    Quando hai desiderato per la prima volta di diventare un pilota professionista? 

    «È successo quando avevo nove anni. È in quel periodo che ho cominciato veramente questa avventura. Ogni volta che andavo in moto per allenamento mi piaceva e mi divertivo sempre di più, ed è stato allora che ho capito che volevo fare il pilota di mestiere.» 

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    Chi è la persona che ti ha influenzato maggiormente? 

    «È stato mio cugino maggiore, lui nel 2008 correva già con le 125, mentre io in quel periodo stavo iniziando.»  

     

    Quali sono i valori che hai acquisito diventando uno sportivo professionista? 

    «Ho imparato tante cose importanti, ma soprattutto ho compreso quanto siano fondamentali i sacrifici e i compromessi per raggiungere obiettivi importanti.» 

     

    Qual è l’aspetto più importante della tua preparazione? 

    «Il più importante è l’allenamento in moto, senza dubbio. È necessario e aiuta molto anche allenarsi fisicamente in palestra e con la bicicletta, ma andare in moto è l’attività principale e la migliore di tutte, per un motociclista. Qualsiasi tipo di moto.»  

     

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    A cosa hai dovuto rinunciare per diventare un pilota di MotoGP? 

    «Ho dovuto rinunciare a molto, soprattutto da ragazzino. A quell’età ho davvero iniziato a capire cosa fossero i sacrifici. I miei amici andavano alle feste, andavano a divertirsi, mentre io spesso non potevo, dovevo rinunciare a tutto questo per allenarmi. Ricordo in particolare di non essere potuto andare al compleanno del mio migliore amico.»  

     

    Qual è il momento in cui hai capito di poter diventare campione del mondo di MotoGP? 

    «Non c’è stato un momento preciso. Di sicuro però quando sono balzato in testa al campionato la cosa si è fatta più concreta. Ma è stato un processo che è durato diverse gare, ogni volta che salivo sul podio mi rendevo conto che stavo accorciando le distanze e che recuperavo punti, che c’erano sempre più possibilità di farcela.» 

     

    Qual è stato il tuo primo pensiero quando ti sei svegliato la domenica mattina, prima della gara decisiva? 

    «Che potevo diventare campione del mondo!» 

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    Quali sono i tuoi riti per porti nella condizione mentale di affrontare una gara? 

    «Ce ne sono diversi, mi aiutano ad ottenere la giusta concentrazione. Ad esempio indosso sempre la tuta prima dal lato destro, infilo prima lo stivale e il guanto destri, sulla moto salgo dal lato sinistro. Due minuti prima della sessione inizio a mettere il casco. Come ho detto è un procedimento fisso che mi aiuta a concentrarmi e a focalizzarmi sull’obiettivo.» 

     

    La mattina prima del secondo gran premio a Valencia, quando hai vinto, hai cambiato qualcosa di questa routine? 

    «Non ho cambiato assolutamente nulla, ho fatto tutto come sempre. Per me doveva essere una gara come le altre. Devo essere sempre concentrato allo stesso modo ogni volta che salgo in moto.»

     

     

     

    Cosa hai provato quando hai chiuso il gas dopo il traguardo, da Campione? 

    «È stato un momento spettacolare, leggere la tabella dei box con scritto “Campione del Mondo” è stato qualcosa di incredibile, proprio come me lo aspettavo. Ma molto di più.»  

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    Qual è il tuo prossimo obiettivo? 

    «Questa è facile. Sicuramente diventare un’altra volta campione del mondo!»

     

    E qual è l’obiettivo della tua carriera? 

    «L’obiettivo della mia carriera l’ho già raggiunto, era di diventare campione della MotoGP. Il difficile ora è riconfermarsi allo stesso livello, è questo che ora mi fa avere sempre la stessa fame.» 

     

    Se non avessi fatto il pilota cosa ti sarebbe piaciuto diventare? 

    «Mentre crescevo e agli inizi della mia carriera non ho mai pensato alle possibili alternative. Ora che sono un po’ più grande penso che mi sarebbe comunque piaciuto rimanere nel mondo dei motori, tipo correre in Formula 1 o in un’altra categoria automobilistica.» 

     

    Definisciti in tre parole. 

    «Lavoratore, appassionato, e poi direi che sono un ragazzo molto normale.»  

     

    Cos’è per te la libertà? 

    «La libertà è fare quello che ti piace. Essere sempre libero di scegliere cosa fare, non necessariamente legato alle moto o ai motori.»  

     
     

     

    La sicurezza rende liberi di osare di più? 

    «Si, se ti senti sicuro hai un livello di confidenza tale che non devi pensare a quello che potrebbe succedere se sbagliassi. Sei concentrato solo su ciò che conta di più.» 

     

    Se potessi rubare qualche aspetto della tecnica di guida dei tuoi avversari, cosa prenderesti e da chi? 

    «Di sicuro ho ancora tanto da imparare per crescere. Non c’è nulla di particolare nello specifico, ma tanti aspetti su cui voglio lavorare e continuerò a farlo.» 

     

    Come controlli la paura? 

    «Non devo controllarla. Sono preparato per quello che faccio. Quando sono in moto non ne ho.» 

     

    Che tuta e casco sognavi da bambino? 

    «Ho avuto tanti idoli, il mio riferimento come pilota è sempre stato Valentino. Comunque Dainese e AGV, senza dubbio!» 

     

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