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    L’impegno di un campione del mondo per la sicurezza dei motociclisti

    Di DemoneRosso | 19 agosto 2020 | 1 min

    Originario di Civitanova Marche, Franco Uncini è il campione del mondo della classe 500 del 1982. Oltre alle vittorie e i podi ottenuti in pista, il marchigiano vanta una conquista unica. Fu lui uno dei maggiori esponenti nella battaglia legale per ottenere l’obbligatorietà del casco nella guida su strada. Ecco il racconto di come andò, un sguardo indietro di cinquant’anni per comprendere l’origine di una sensibilità alla sicurezza fuori dal comune.

     

    «1969, giorno del mio 14° compleanno. Convinsi dopo una lunga trattativa, contornata da discussioni e ricatti, mio padre Ennio a comprarmi il motorino. Era un Giulietta Peripoli. Uno dei termini della trattativa era l’obbligo dell’uso del casco, sempre. 

    Il ricatto prevedeva che, se fossi stato beccato o si fossero accorti che uscivo con il motorino senza casco, i miei mi avrebbero confiscato l’agognato mezzo di trasporto per una settimana. In effetti questa non era altro che la ripetizione delle condizioni già applicate con mio fratello Henrypiù grande di me di 2 anni. Lui era ligio alle regole, sempre con il casco in testa. 

    La domenica la mia famiglia aveva l’abitudine di andare a pranzo fuori, raramente rimanevamo a Recanati. Per me ed Henry era un’occasione in più per muoverci con i motorini, io con il mio Peripoli e lui con un Cimatti. Ennio e Tonia, i nostri genitori, andavano con la loro auto. Ci aspettavamo fuori dal ristorante per poi entrare insieme. 

     

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    In qualche occasione qualcuno mormorava: «sono entrati gli astronauti». A quel punto, mio padre andava su tutte le furie ed inveiva contro la persona che aveva infelicemente pronunciato quella frase. A volte in maniera molto decisa e fin troppo energica. Era fiero di averci convinto ad utilizzare il casco e non accettava critiche esterne che ce ne potessero far vergognare. 

    La mia e quella di Henry è sempre stata una mentalità competitiva. Anche e soprattutto tra di noi. Ma tra le varie sfide ne ricordo una in particolare che non è finita bene. Henry, allora sedicenne, per cui passato al 125, aveva una Motobi Sport Special. Aveva alcuni amici della sua stessa età a Chiaravalle. 

    Era il 19 di novembre 1969 quando andò a trovarli. La ragione principale era che uno dei suoi amici aveva il Benelli 125, praticamente con lo stesso motore. Ovviamente ognuno dei due sosteneva che la propria moto fosse la più performante. 

    La gara era di accelerazione. Henry era decisamente più veloce e nell'ultimo tratto si voltò indietro per vedere dove si trovasse l’avversario e amico. Non si era però accorto che il tratto di strada rettilineo stava per terminare con una curva a 90° ed una bella villa con un cancello, retto da due colonne di cemento armato. 

     

     

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    Bollettino disastroso: clavicola sinistra rotta, frattura esposta e scomposta al polso destro, frattura del polso sinistro e del ginocchio sinistro. Ma fortunatamente salvo. Indossava il casco, un AGV jet che colpì lo spigolo della colonna di cemento armato al posto della sua testa. Il casco ne uscì malconcio, ma salvò la vita a mio fratello. Da allora, non solo non uscivamo in moto senza il casco, ma raccomandavamo tutto il gruppo dei nostri amici di comprarne uno e di utilizzarlo sempre. 

    A 16 anni anche io mi guadagnai il 125, e con quello iniziai a desiderare un casco adeguato, un’integrale. Un prodotto del tutto sconosciuto e visto solo in qualche gara di moto e di Formula 1. Scrissi una lettera ad AGV che aveva da poco presentato il nuovo casco sulla rivista Motociclismo, ma ancora non era arrivato nei negozi. 

    Dopo qualche settimana arrivò, in contrassegno, il mio primo casco integrale. Mi sentivo davvero figo, nonostante le critiche (degli ignoranti) diventassero sempre più frequenti. Non me ne fregava nulla. Avevo l’esperienza di mio fratello ben impressa in mente per capirne l’importanza. La mia carriera di “motociclista della strada” terminò qui, portando sempre il casco. 

    Nelle gare, ovviamente, l’importanza e la assoluta necessità di indossarlo sono più facili da comprendere. Nel 1983, poi, fui protagonista di un serio incidente e se ora sono qui a scrivere è grazie al casco che indossavo.  

     

     

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    Ero ad Assen ed ero a terra. Dopo esser caduto una moto mi centrò in pieno proprio sul casco. Un impatto a più di 130 km/h di una moto contro la mia testa. Nell’impatto la parte laterale della calotta si fracassò e gli attacchi delle cinghie si ruppero. Il casco volò via ed io colpii l’asfalto con il viso. Cinque giorni di coma. Pian piano mi ripresi e tornai a correre l’anno dopo. Le immagini del mio incidente fecero il giro del mondo e furono utili, una volta che ormai io ero guarito, per far capire a tutti l’importanza del casco. 

    Proprio in quegli anni si stava discutendo l’obbligatorietà del casco per le moto in Italia. Fui chiamato a destra e a manca come testimonial. Tra le tantissime apparizioni, anche una bellissima trasmissione del Costanzo Show. Andò bene e l’obbligatorietà vinse. Poco dopo quella trasmissione il casco fu finalmente imposto per legge ai motociclisti. È un traguardo di cui sono ancora oggi molto fiero.» 

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